Una pallina di gomma nel mare di Scozia

DI LUCA SERRA

Cane.

Hai deciso di lasciare il tuo padrone e hai scelto il mare. Mi osservi tra gli scogli e allenti la presa sulla pallina di gomma. Le fauci cullano la lingua e la pallina rotola verso di me.

Hai la stazza del pastore australiano e gli occhi di un levriero – perle nere passate a lucido – e sotto il riflesso, un po’ di malinconia. Ma che razza sei? Il pelo bianco e grigio cela petto e zampe, la coda schiaffeggia le zampe posteriori – non rallenta nemmeno quando rizzi la schiena sull’attenti – e sembra voler sfuggire al corpo stesso.

Ma che razza sei, cane?

Il tuo padrone è lontano, cammina in cerchio, mani in tasca, all’ultimo angolo della spiaggia. È stato forse lui a lasciare te? Non che voglia farmi gli affari tuoi, cane, ma gradirei qualche delucidazione sulle dinamiche del vostro rapporto di fiducia. Non vorrei s’ingelosisse, il tuo padrone, nel cogliere il mio braccio lanciar per te la pallina di gomma.

Esito un momento. Allungo lo sguardo sul mare, la pallina sfoca in primo piano e lo sfondo emerge nel dettaglio.

Le onde crollano l’una sull’altra lungo la linea dell’orizzonte e la schiuma ribolle nel gelo dell’acqua: magia contro chimica, che solo il mare può spiegare. Sulla striscia di spiaggia destinata alle passeggiate al tramonto, il mare imbrunisce la sabbia, allunga le mani e grattando in fondo in fondo rivela vecchie conchiglie dallo smalto consunto, bianche, rosa, o color rame, somigliano a stelle ormai spente, precipitate lì in tempi lontani. Il mare d’inverno brontola, attira a sé, e, ghiotto d’ogni cosa, ruba senza tanta discrezione. Ricorda il ventre gonfio e mai sazio d’un dio greco che, sdraiato su lettiga, porta chicchi d’uva alla bocca.

E va bene, cane. Un lancio solo, non di più.

Raccolgo la pallina e lui rizza la schiena, le zampe anteriori distese a terra, quelle posteriori si ergono su una porzione di sabbia ammorbidita dalla risacca. Controlla il terreno di spinta.

Nella mano la pallina risulta un po’ appiccicosa, quindi non indugio oltre. Il lancio scavalca il cane, muso e collo ricalcano la traiettoria, ruotano e inseguono, e l’animale scatta sollevando granelli di sabbia umida senza mai distogliere occhi e l’intuito dall’oggetto volante. Scompare dietro gli scogli e muovo un passo per ritrovarlo, poi, scatto il collo dalla parte opposta in modo da avvistare il padrone: sembra disinteressato, continua a camminare mani in tasca e sguardo basso, ogni tanto strofina il dorso della mano sul naso.

Eccoti qua.

Con un balzo, il cane scavalca una barba di roccia poco più alta di un cespuglio, tra le fauci la pallina accoglie nuova bava. Grazie mille, cane. Si ferma a pochi metri di distanza, piega le zampe e rilascia la presa. La pallina rotola di nuovo verso di me.

La lascio un attimo asciugare al vento, amico, che ne dici?

Mi stringo nel cappotto. Piego le ginocchia per sgranchirmi le gambe e alla fine cedo all’invito.

Okay, cane, un altro tiro. Ma, adesso vediamo se te la cavi così in fretta.

Soppeso la pallina nella mano, spingo il braccio indietro e carico il lancio. Mi sforzo così tanto che mi scappa un grugnito mentre osservo la pallina schizzare al cielo.

Un lancio sbilenco.

Il cuore accelera. Il cane scatta nel vento, e nel vento la pallina devia, traccia una traiettoria che non avevo previsto: per un attimo scompare in un riflesso del cielo e posso sapere dove va solo seguendo il muso del cane.

A quel punto, tutto accade a velocità opposte. Prima a rallentatore: il cane raggiunge il bagnasciuga, preme le sue impronte sul terreno e balza al cielo, spalanca le fauci nella speranza di una presa e particelle di sabbia vorticano intorno al pelo. Poi, tutto si muove in una frazione di secondo: la pallina riappare e crolla in mare, il cane esplode sulla cresta delle onde e presto è inghiottito dal blu.

« Shit! »

Scatto il collo in direzione del padrone. Sta osservando da questa parte. Deve aver visto tutto ma il viso non è cambiato, non sembra muoversi, è solo una lastra di legno. Abbassa il capo e si stringe nelle spalle.

Quando riporto la vista sul mare e sul tuffo, il cane non c’è più.

La testa riaffiora tra le onde ma appare lucida e grigia, senza pelo, un riflesso bianco si accende sulla nuca. Ricorda la sfera di un chiaroveggente. Ingoio un grumo di saliva e quasi mi strozzo. Senza nemmeno accorgermi del transito, mi trovo adesso a due passi dal mare, i piedi affondano nei fanghi della sabbia umida.

Lo chiamo e il suono della voce sembra uscire direttamente dal torace. I denti battono al vento.

Avvisto il dorso del cane. Grigio – stesso colore della testa – e tondo, modella l’acqua intorno, si mescola alla materia. E, un attimo dopo, là dove immagino una curva di pelo, avvisto invece la coda piatta e biforcuta di una foca.

Una foca?

Sguazza tra le onde e fugge al largo, la testa spunta ogni cinque o sei secondi e lancia una scintilla al cielo.

Scrollo il capo. Bocca aperta, avverto aria di sale tra i denti. Ma dove sei, cane? Dove sei andato?

La foca si eclissa all’orizzonte e il mare è vuoto.

A quel punto, avverto una presenza alle mie spalle. Allunga un’ombra pallida sulla mia.

Mi volto e trovo il padrone. Protende la mano verso di me. Strizzo gli occhi e stringo i denti, tendo i muscoli in attesa del pugno. Toccherà raccogliere la mascella nel fango, mi dico, tra le conchiglie.

E invece, a colpire la guancia è solo la brezza della spiaggia.

Apro gli occhi.

Il padrone mi stringe la mano. Sotto una barba rossa incolta mormora riconoscenza.

«Non riuscivo proprio a farlo, proprio non-» dice, scrollando il capo. Occhi grigi, sguardo ai piedi. «Grazie, ragazzo». La voce gracchia prima di un sospiro.

«Che-» balbetto.

Un attimo dopo mi posa una mano sulla spalla e la strizza un po’.

Si volta. Lo osservo risalire la collina.

Resto immobile ai piedi del mare. La schiuma delle onde solletica la suola delle scarpe e sulla mano avverto ancora la stretta dell’uomo. In qualche modo, il sangue corre all’inverso sottopelle.

Tremo un po’ e scrollo il capo, lancio un occhio al mare e uno al padrone che risale la collina, mi volto a destra e sinistra, ancora e ancora. Per poco la testa non si svita dal collo.

Resto solo sulla sabbia.

Il mare in Scozia è un luogo magico, si dice.

Avverto un tocco sul tallone. Abbasso lo sguardo. La schiuma restituisce la pallina.