Sale, amore e nostalgia

DI VALENTINA LOCATELLI

Chiudi la bocca che sennò bevi!” mi dice mia mamma ragazza, con il costume intero e la coda alta e io rido a labbra strette con i braccioli rosa, e sbatto forte i piedi per raggiungere mia sorella che nuota già senza.
Mio papà mette in acqua il windurf e prova e riprova a tirare su la vela, poi ci riesce e diventa un puntino fluorescente all’orizzonte.

Il mio è un mare che mi fa male e che mi guarisce.
È quel pezzo di orizzonte davanti ai Bagni Italia, ombrelloni verdi e sabbia grigia, opaco quando c’è maltempo e cristallo il giorno dopo. Il mio è un mare che si agita con i tuffi dalle boe e si placa quando alla sera lo lasciano stare e le onde diventano piccole e discrete sul bagnasciuga.

È un mare con la mucillagine e gli aloni cangianti, quando negli anni ’80 affondavano le petroliere e mio papà ogni sera mi puliva via il catrame dai piedi con la trielina. È quello in cui ci ho lasciato il sangue tuffandomi su uno scoglio, è lo sfondo azzurro degli occhi tristi di mia sorella che mi guardava andare via con l’ambulanza.

Quella striscia scintillante era la scusa per evitare uno sguardo insostenibile, il punto di fuga di ogni mio risveglio, quando il tempo ancora non aveva importanza e le giornate erano fatte di risate, piedi nudi e capelli bagnati. Quando il tempo aveva importanza solo a tre giorni dalla partenza e dovevi dire addio agli amici più belli – torso nudo e ciglia salate – e al tuo primo folle amore. E pensavo che fosse un mare pieno di stelle sul fondale, tante ne ho viste caderci dentro il 10 agosto, un mare di desideri persi e di baci sbagliati. Un mare che aveva il potere di lavare via gli errori e inzupparti di nostalgia, con l’ultimo bagno dell’estate.
Un mare che oggi è un rifugio perché conserva i miei ricordi più belli e i miei valori più saldi, la parte più selvaggia ed educativa della mia vita.

Questo mare è la mia memoria e il mio specchio, quando mi guardo dentro mi riconosco. Nitida. E questo mi fa male, e mi guarisce.